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Ammanchi inventariali in giurisprudenza

Per quanto negli ultimi 25 anni gli ammanchi avvenuti nel corso della nostra attività si contino sulle dita di una sola mano non possiamo non analizzare l’ordinamento della giurisprudenza in questo aspetto di una delle attività più in voga nell’ultimo periodo. Questo articolo dà ancor maggiore significato alle nostre procedure inventariali realizzate mensilmente con una copertura trimestrale per ogni azienda nostra cliente.

Tratto da Studiozunarelli.com “In occasione di un recente caso di un contenzioso giudiziario afferente un contratto di logistica per ammanchi inventariali, è stata riscontrata la tendenza interpretativa, da parte dell’Autorità giudicante, di rigettare le richieste risarcitorie per ammanchi inventariali.

Si precisa che tale orientamento è stato espresso nell’ambito di una discussione verbale e non è stato cristallizzato in una pronuncia, in quanto le parti, nello specifico caso in commento, si sono determinate a raggiungere un accordo transattivo a tacitazione di una vertenza di più ampia portata.

Tuttavia l’occasione offre lo spunto per compiere una riflessione di fondo: quando si può parlare di prova diabolica in tema di ammanchi inventariali?

Il caso trattato concerneva una tipica controversia avviata da una primaria società del settore industriale della cosmesi nei confronti dell’impresa incaricata di eseguire, nel proprio magazzino, lo stoccaggio delle merci in entrate, la loro custodia ed il loro approntamento per le spedizioni.  A conclusione del rapporto contrattuale, la società si era avveduta dell’esistenza di notevoli ammanchi dal proprio inventario fisico, per un valore di oltre duecento mila euro di prodotto letteralmente “svanito nel nulla”. La domanda creditoria è stata oggetto di un atto di citazione, corredato di una serie di documenti     attestanti le perdite di merce. Inoltre, tali prove documentali erano state integrate dalla richiesta di ammissione di audizione testimoniale, oltre che dell’espletamento di una Consulenza Tecnica d’Ufficio. Da parte sua, l’appaltatore negava ogni responsabilità per la corretta tracciatura della merce in entrata e in uscita.  Ebbene, di fronte a tale contrasto, si è dibattuto in aula circa la portata dell’onere probatorio nella specifica materia oggetto del contenzioso. In tale contesto, è stato quindi osservato dal Giudicante che l’ammanco inventariale non può essere provato né documentalmente, né per testimoni, ne, tanto meno, per CTU avente finalità meramente esplorativa.  Di fatto, la prova dell’ammanco è una “prova diabolica”.  La prova diabolica è quella prova di estrema difficoltà, se non addirittura impossibile che limita fortemente le probabilità di accoglimento di una azione in sede giudiziaria.

Come è noto, in base al sommo principio sancito dall’art. 2697 c.c., chi vuol far valere un diritto in giudizio, deve provare i fatti ne costituiscono il fondamento. Per tale ragione, l’assolvimento dell’onere probatorio è circostanza decisiva nella definizione di un contenzioso. Ne consegue che, nel caso di dispute in materia di ammanchi inventariali, l’ardua attività istruttoria da fornire al cospetto di un Giudice dovrebbe indurre le parti ad autodisciplinarsi, sin al primo anno di vita del contratto di logistica, mediante lo svolgimento concordato di sistematici accertamenti inventariali, da svolgersi in contraddittorio e verbalizzati in un documento sottoscritto da entrambe per accettazione. La previsione di specifici accordi contrattuali nel mondo della logistica si rivela, infatti, sempre più spesso lo strumento più efficace di tutela aziendale.

ACCISE – RATEIZZAZIONE DEL DEBITO

soggetto legittimato a richiederla: depositario autorizzato titolare del deposito fiscale

In data 30 maggio 2020 l’Ag. Dogane ha pubblicato Determinazione n. 163202/RU e Circolare 11/2020 definendo i criteri e le modalità procedurali per dare attuazione alla rateizzazione del debito d’accisa ex art.3, c.4-bis, D.Lgs. n. 504/95, come modificato dall’art. 162 DL n.34 del 19 maggio 2020.

L’unico soggetto legittimato a richiedere la rateizzazione del debito d’accisa è il depositario autorizzato titolare del deposito fiscale, sia esso di prodotti energetici che di alcole e bevande alcoliche, dal quale i prodotti sono estratti ed immessi in consumo.

Per poter richiedere la rateizzazione è necessaria la sussistenza di condizioni oggettive e temporanee di difficoltà economica ovvero deve ricorrere una situazione transitoria di squilibrio finanziario determinata da fattori contingenti. Il piano di rateizzazione autorizzabile deve esaurirsi nel medesimo anno solare di avvio dello stesso e la scadenza della rata mensile finale non può superare quella prevista per il versamento dell’accisa sui prodotti immessi in consumo nel mese di novembre dello stesso anno (16 dicembre).

La circolare detta le istruzioni procedurali per richiedere il provvedimento autorizzativo ripartendo la competenza tra Uffici territoriali e Direzione centrale in ragione di un criterio di riparto basato sul valore dell’importo dell’accisa da pagare. Nell’ipotesi di esercente titolare di più depositi fiscali dislocati sul territorio nazionale che si trovi a dovere presentare istanza contestualmente per distinti debiti d’accisa, l’istanza è presentata alla Direzione centrale per il tramite dell’Ufficio delle dogane rispettivamente competente per territorio. Particolare rilievo assume la relazione aggiornata sulla situazione economica e finanziaria dell’impresa, della quale viene precisato il contenuto obbligatorio, che l’esercente è tenuto ad allegare all’istanza di rateizzazione.

 

Distributori privati – Aggiornamento DL 124 – 26/10/2019

*AGGIORNAMENTO COVID : I termini per l’adeguamento sono stati procrastinati al 31 dicembre 2020. Entro tale data andrà effettuata la richiesta all’agenzia delle dogane di competenza.

Per maggiori informazioni https://www.adm.gov.it

 


Il DL 124 in oggetto e la successiva circolare prot.n.240433/RU dell’agenzia delle dogane ha portato significative novità nel settore. Qualla maggiore, stante la diminuzione delle quantità per i cosiddetti depositi liberi da 10.000 a 5000 obbligherà molte aziende ad una scelta, denunciare il proprio distributore oppure sostituirlo con uno di capacità minore. Vero è che l’adeguamento non è esageratamente complesso e comporta si un impegno ma non di difficile esecuzione.
Prima dell’entrata in vigore di tali novità introdotte dal D.L. al TUA l’impresa che utilizzava un distributore privato di carburante era esentata da obblighi di registrazione (che consistono nell’annotare le operazioni di carico e scarico) e da qualsiasi altro obbligo qualora la capacità della cisterna utilizzata fosse inferiore ai 10 mc. (ossia 10.000 litri); a seguito delle modifiche introdotte al TUA dal D.L. come già indicato risultano ridotti tali limiti a 5 mc. (ossia a 5.000 litri).

Il Direttore dell’Agenzia delle Dogane ha emanato lo scorso 27 dicembre 2019 la nota prot. 240433/U, in conseguenza delle modifiche sopra indicate, con la quale ha prescritto che:

  • si intendono come distributori minori quelli di capacità superiore a 5 mc. e non superiore ai 10 mc.;
  • per i distributori minori il il registro di carico e scarico è tenuto in via semplificata, su supporto elettronico o cartaceo, in quest’ultimo caso senza alcuna vidimazione da parte dell’Agenzia delle Dogane;
  • le prime annotazioni sul registro dovranno avvenire entro il primo giorno del quarto mese successivo alla data di pubblicazione, cioè dal 1° aprile 2020;
  • la giacenza iniziale da riportare sul registro sarà quindi quella alle ore 00:00 del 1° aprile 2020;
  • le registrazioni delle operazioni di carico sul registro saranno eseguite entro le ore 09:00 del giorno successivo a quello di ricezione del DAS (e quindi di ricezione del carburante dal fornitore);
  • le scritturazioni di scarico sono da effettuarsi ogni sette giorni;
    ogni anno entro il mese di febbraio dovrà essere trasmesso un prospetto via pec all’Agenzia delle Dogane che riepiloga le movimentazioni dell’anno precedente;
  • il registro di carico e scarico e tutta la restante documentazione (DAS etc.) sono da conservarsi per cinque anni.

Nel caso quindi di distributore di carburanti “minore”, poniamo di 8 mc., in precedenza esente da qualsiasi formalità (precedente limite di 10 mc.) e superiore al limite ora fissato dal TUA ( 5 mc.) per effetto delle modifiche introdotte dal D.L. sarà da presentare denuncia all’Agenzia delle Dogane competente per territorio e da istituirsi il registro di carico e scarico ed assolvere gli altri adempimenti indicati nella nota del Direttore dell’Agenzia delle Dogane di competenza.
Le sanzioni previste dall’articolo 48 del TUA, sono le seguenti:

  • sanzione amministrativa da 1.032 a 5.164 €. per l’omessa denuncia del distributore
  • sanzione ammnistrativa da 258 a 1.549 €. per l’omessa tenuta del registro di carico e scarico.

Circolare interna 04-20 – introdotto il sistema di tracciabilità

Importazioni lubrificanti provenienti dalla U.E. Introdotto il sistema di tracciabilità

 

A rettifica ed integrazione di quanto previsto nel DL124 del 26.10.2019, nella G.U. n. 118 del 9 maggio è stato pubblicato il decreto del MEF del 22 aprile scorso. Nello specifico degli oli lubrificanti, è stato introdotto il nuovo sistema di tracciabilità che trova applicazione per la circolazione dei prodotti nel territorio nazionale nei casi in cui questi ultimi provengano da un altro Stato membro dell’Unione europea e siano destinati ad essere immessi in consumo nel territorio nazionale oppure transitino sul territorio nazionale per essere consegnati in altro Stato.

 

In particolare viene aggiunto l’articolo 7-bis al decreto legislativo n. 504/1995, al fine di contrastare l’uso fraudolento di taluni prodotti di provenienza comunitaria, classificabili come oli lubrificanti Questo dispone che la circolazione di questi prodotti nel territorio nazionale, nella fase antecedente alla loro immissione in consumo, avvenga previa emissione di un “Codice Amministrativo di Riscontro” (CAR) da parte del sistema informatizzato dell’Agenzia dogane e monopoli, codice che dovrà essere riportato sulla documentazione di trasporto nonché appurato al termine della movimentazione dei prodotti sul territorio italiano.

 

Il nuovo sistema di tracciabilità troverà applicazione per la circolazione dei prodotti nel territorio nazionale nei casi in cui questi ultimi provengano da un altro Stato membro dell’Unione europea e siano destinati ad essere immessi in consumo nel territorio nazionale ovvero transitino sul medesimo territorio per essere immessi in consumo altrove.

 

I soggetti mittenti e i soggetti autorizzatori che intendono introdurre nel territorio nazionale e ricevere nello stesso territorio prodotti lubrificanti, chiedono di essere registrati utilizzando l’apposita procedura telematica dell’ADM.

 

Una volta ricevuta la richiesta telematica l’ADM rilascia al soggetto un identificativo univoco con validità annuale. Questo identificativo è trasmesso insieme ad un codice operativo al soggetto mittente per via telematica e al soggetto autorizzato tramite la PEC.

La funzione del Codice amministrativo di riscontro è di scortare i prodotti lubrificanti provenienti da un altro Stato membro dell’Unione europea dal luogo di introduzione degli stessi nel territorio nazionale:

  • fino all’impianto del soggetto autorizzato che riceve gli stessi prodotti;
  • fino all’Ufficio delle dogane dove sono espletate le formalità per l’esportazione dei medesimi prodotti lubrificanti;
  • fino all’Ufficio delle dogane competente in relazione al luogo in cui i prodotti lubrificanti lasciano il territorio dello Stato.

Se non deve più aver luogo la circolazione nel territorio nazionale dei prodotti lubrificanti il Codice amministrativo di riscontro emesso può essere annullato prima della data e dell’ora previste per l’introduzione degli stessi prodotti nello stesso territorio nazionale.

 

In sintesi:

  • i mittenti dei prodotti dovranno essere preventivamente registrati sul sito delle Dogane;
  • Ogni spedizione deve essere dotata di CAR 24 ore prima della partenza e lo stesso annotato sui documenti di viaggio;
  • Se il mezzo trasporta anche altre spedizioni destinate ad altri destinatari, deve essere previsto un codice CAR per ogni destinatario.
  • All’arrivo dei prodotti il codice CAR dovrà essere appurato come preso in carico entro 24 ore dall’arrivo.

 

I prodotti esclusi dalla richiesta del CAR sono:

  1. di prodotti lubrificanti, provenienti da un altro Stato membro dell’Unione europea, che siano contenuti nei motori dei veicoli ai fini della loro trazione, in dispositivi, in macchinari o in altre attrezzature;
  2. delle preparazioni lubrificanti rientranti nel codice NC 3403 qualora le stesse, ai sensi dell’art. 7-bis, comma 7, del TUA, siano trasportate in contenitori di capacità inferiore o pari a 20 litri;
  3. dei prodotti di cui all’art. 7-bis, comma 1, del TUA, qualora confezionati in contenitori aventi capacità inferiore o pari a 210 litri.

 

Nota bene: nel medesimo decreto si definisce che il prodotto contenuto in contenitori superiori ai 210 litri venga considerato come sfuso.

1° Gennaio 2020: variazione del contributo sugli oli usati

Vi informiamo che lo scorso 29 novembre 2019 l’assemblea ordinaria del Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati ha deliberato il nuovo valore del contributo sugli oli lubrificanti passando dal precedente valore di 0,10 €/Kg a 0,12€/Kg.

Il nuovo importo avrà valenza a partire dal 1 gennaio 2020.

Il Conou, l’ente che si occupa dello smaltimento e riciclo degli Oli Usati, ci informa che dall’inizio dell’attività (1984) i Kg di olio usato raccolto sono stati: 5929866,183 ,mentre i Kg di olio usato rigenerato sono stati: 4669397,624.

Ricordiamo che l’olio usato è un rifiuto pericoloso e se smaltito in maniera non corretta può essere altamente inquinante.

COOU: Il ministero dell’Ambiente deve garantire uno statuto paritetico

Articolo interessante trovato in rete qui e copiato solo per facilità di lettura.

In Italia, la raccolta degli oli usati, è divenuta obbligatoria per legge dal 1982. Il Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati ( COOU), divenuto operativo nell’84, ha il compito di rigenerare l’olio usato raccolto e selezionato dalle imprese di raccolta. Il Consorzio obbligatorio nella sua autonomia privatistica, oggi riunisce sotto la sua egida: tutte le imprese che producono, importano o mettono in commercio oli base vergini; le imprese che producono oli base mediante un processo di rigenerazione; le imprese che effettuano il recupero e la raccolta degli oli usati e le imprese che effettuano la sostituzione e la vendita degli oli lubrificanti.

La governance del Consorzio, la quale assolve ad un importante compito deliberativo assumendo per legge precise responsabilità ambientali è immutata da circa trentacinque anni. Una governance che, attualmente, sta riscrivendo lo statuto del Consorzio attraverso un adeguamento allo schema tipo emanato dai ministeri competenti: Ambiente e Sviluppo economico. Il nuovo statuto fissa i criteri gestionali del COOU, per questo la decisione della governance di procedere ad una stesura unilaterale ha sollevato non pochi dissensi dei diretti interessati esclusi dal confronto. Sono state proprio le parti non chiamate in causa a denunciare di aver appreso dagli organi di stampa -“Staffetta quotidiana” – come la presidenza del COOU avesse convocato il Consiglio d’amministrazione in data mercoledì 21 febbraio, al fine proprio di approvare il nuovo statuto. Questo senza coinvolgere le categorie d’imprese sin’ora escluse, raccoglitori e autoriparatori. Convocate il giorno seguente.

Una denuncia arrivata all’interno delle aule parlamentari, grazie all’interrogazione parlamentare presentata dai portavoce del M5S. Abbiamo chiesto al ministero dell’Ambiente di tutelare integralmente tutti i soggetti attori della filiera del recupero dell’olio usato, con specifico riferimento ai consumatori e alle imprese che effettuano la raccolta degli oli usati, così come di vigilare sul consorzio stesso. All’interno dell’interrogazione parlamentare viene infatti chiesto se il governo non intenda assumere opportune iniziative di competenza, affinché il consorzio effettui unicamente gli adeguamenti dello statuto, attraverso un processo di condivisione e trasparenza, contemperando adeguatamente la partecipazione paritetica tra produttori, rigeneratori, raccoglitori e consumatori. Proprio a tale scopo abbiamo sollecitato la convocazione di un tavolo tecnico al ministro, presso una sede istituzionale. Un tavolo che incoraggi e promuova un’intesa costruttiva, magari anche attraverso l’affidamento a parte terza degli opportuni rilievi e verifiche, nel rispetto di quanto previsto dalla normativa di settore. L’obiettivo è che le disposizioni contenute nello statuto, compreso il regolamento operativo che includerà nel dettaglio gli aspetti organizzativi e funzionali del consorzio, siano idonee al rispetto della rappresentanza di tutte le categorie obbligatorie.

Di fatto, dopo gli errori commessi in passato dal CdA del COOU, anno 2009, a seguito adozione di uno statuto mai approvato dai ministeri, e nel 2014, le parti in causa si aspettavano un cambiamento di indirizzo legato alla sua mission ambientale, ma l’organo amministrativo ha deciso di procedere unilateralmente. Il rischio, procedendo in questo modo, è che si alterino gli equilibri fra le parti in causa, trascurando i compiti istituzionali finalizzati ad una più incisiva ed efficace salvaguardia dell’ambiente.

Aliquote nazionali accise ed imposta di consumo al 1 gennaio 2017

Con aggiornamento pubblicato dalla Agenzia delle dogane e dei monopoli che è possibile scaricare da qui riportiamo le aliquote delle imposte di consumo vigenti:

Oli lubrificanti: € 787,81 per mille kg. (Art. 14, co. 1, D.L. 08/08/2013 n. 91 conv. con mod. dalla L. 07/10/2013 n. 112)

 

Decreto sviluppo: novità in materia di…

Decreto sviluppo: novità in materia di depositi IVA e cessioni di tabacchi

La legge 106 del 12 luglio 2011 ha convertito il DL 70/2011 (“decreto sviluppo”) introducendo alcune importanti novità in materia di IVA riguardanti:
1) i depositi IVA;
2) le cessioni di tabacchi lavorati nella fase antecedente alla loro immissione in consumo.
I cambiamenti sono entrati in vigore il 13 luglio, giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della legge.

Depositi IVA – Individuazione dei luoghi e ampliamento delle garanzie
L’articolo 50-bis del DL 331/1993 che regola i depositi fiscali ai fini IVA , ha subito consistenti modifiche allo scopo dichiarato di ridurre i rischi di frodi .
La prima modifica riguarda i depositi fiscali per i prodotti soggetti ad accisa all’interno dei quali è possibile custodire beni in “sospensione” da IVA. La norma precisa, ora, che deve trattarsi di depositi di cui all’articolo 1, comma 2, lettera e), del testo unico di cui al D.Lgs. 504/1995. Si tratta di impianti in cui vengono fabbricati, trasformati, detenuti, ricevuti o spediti prodotti sottoposti ad accisa, in regime di sospensione dei diritti di accisa, alle condizioni stabilite dall’Amministrazione finanziaria.
Una seconda modifica si riferisce ai depositi doganali che possono essere utilizzati anche come depositi IVA. Viene ribadito che solo i depositi di tipo C, D, E possono essere utilizzati a questo scopo mentre restano esclusi i depositi di tipo A (magazzini generali) e B depositi doganali in conto proprio per i quali non è prevista la figura del depositario né l’obbligo di istituire apposita contabilità.
Queste modifiche risultano utili essendo sia i Depositi Accisa (depositi fiscali) sia i Depositi Doganali assimilabili al Deposito IVA e utilizzati per l’immissione in libera pratica di merce estera senza il pagamento dell’IVA. È certamente positivo per l’operatore trovare per la prima volta in un’unica norma interna la definizione delle tre tipologie di deposito che permettono l’introduzione di merce estera, comunitaria o nazionale (a determinate condizioni) in esenzione di imposta.
Si ricorda che per Deposito Accisa si intende uno spazio sotto vigilanza doganale all’interno del quale possono essere introdotte merci in sospensione di accisa su cui siano già stati assolti relativi dazi doganali se dovuti; per Deposito Doganale si intende uno spazio sotto vigilanza doganale all’interno del quale possono essere introdotte merci estere in esenzione dai dazi e dall’IVA che verranno poi sostenute all’atto dell’estrazione.

Beni immessi in libera pratica con introduzione in un deposito IVA
La terza modifica riguarda l’ampliamento delle garanzie per i beni importati in libera pratica e introdotti in un deposito IVA. Questa novità determinerà un aggravio dei costi di gestione, non accettato con favore né dagli operatori del settore né dai soggetti che utilizzano i depositi IVA per ottimizzare il flusso commerciale dei beni.
Fino a ora, infatti, all’atto dell’introduzione della merce in libera pratica per essere inserita in un deposito IVA nel territorio nazionale, doveva essere prestata una garanzia che veniva poi svincolata all’atto della riconsegna in Dogana di un esemplare del documento doganale (IM 4) munito dell’attestazione di presa in carico apposta dal depositario stesso, gestore del deposito. Con tale consegna si concludeva, così, l’operazione doganale di immissione in libera pratica e le successive operazioni di estrazione e/o di spedizione diretta nel territorio dello Stato, nella comunità o all’estero, rimanevano svincolate dall’operazione doganale originaria.
Con la nuove norme, invece, la garanzia (se dovuta in quanto, sono previsti degli esoneri ) non può più essere svincolata al momento della presa in carico della merce da parte del depositario ma rimarrà valida:
1. fino all’estrazione dei beni dal deposito e
2. fino a quando il soggetto che estrarrà i beni non avrà comunicato al gestore del deposito i dati relativi al versamento dell’IVA attuato tramite autofattura che andrà in doppia registrazione tra le vendite e gli acquisti.
La garanzia dell’IVA all’importazione rimane così vincolata fino al momento in cui la medesima diviene esigibile ossia fino al momento dell’estrazione dei beni dal deposito.
Data la flessibilità dei Depositi IVA che si prestano a una serie di “transazioni a catena” in cui ogni compratore acquista e rivende all’interno del deposito senza necessità di una identificazione locale, si pone il problema di individuare il soggetto che estrae i beni e il momento in cui gli stessi verranno estratti dal deposito.
Non esistendo vincoli di tempo alla giacenza della merce, si può ipotizzare che l’estrazione protratta nel tempo determinerà aggravi di costi per il mantenimento e l’adeguamento della garanzia da parte dell’importatore.
Oltre a ciò, sarà necessario per l’importatore verificare con accuratezza il momento dello svincolo della garanzia all’atto dell’estrazione in quanto il terzo estrattore potrebbe anche essere un operatore non residente identificato in Italia ma con il quale l’importatore non ha avuto alcun rapporto.
L’anello debole della catena pare essere il gestore del deposito su cui ricade la responsabilità di ottenere i dati relativi all’estrazione della merce e al versamento dell’IVA tramite autofattura, e sul quale grava l’onere di informare immediatamente l’importatore.
Questa nuova disposizione potrebbe anche modificare il regime di responsabilità per il mancato o non corretto assolvimento dell’IVA all’atto dell’estrazione, con la conseguenza che l’importatore dovrebbe fornire una garanzia non svincolabile sino a quanto sarà determinato il “quantum” dovuto da parte del soggetto che ha estratto i beni dal deposito IVA.

Comunicazione al gestore della liquidazione dell’imposta
Secondo quanto aggiunto al comma 6 dell’art. 50-bis, fino a quando non sarà completata l’integrazione delle banche dati delle agenzie fiscali, il soggetto che procede all’estrazione deve comunicare al gestore del deposito IVA i dati relativi alla liquidazione dell’imposta, anche ai fini dello svincolo della garanzia di cui sopra.
Il gestore dovrà conservare tale comunicazione, ai sensi dell’art. 39 del DPR 633/1972, ossia fino al termine dell’accertamento dell’annualità interessata (quattro o cinque anni successivi, a seconda se la dichiarazione annuale viene o non presentata).

Tabacchi lavorati, dal regime monofase alle nuove agevolazioni
La disciplina della cessione dei tabacchi lavorati è riconducibile allo speciale regime monofase previsto dall’articolo 74, primo comma lettera a), in seguito alla privatizzazione del settore.
L’obbligo del versamento dell’IVA relativa al commercio di tabacchi lavorati ricadeva sul soggetto che cura la distribuzione nel territorio dello Stato, il quale procede all’applicazione dell’imposta al momento dell’immissione in consumo con il metodo del regime monofase, cioè scorporando dal prezzo di vendita al consumo l’importo del tributo, determinato in base all’aliquota in vigore. Ne consegue che il regime IVA applicabile a tutte le cessioni successive alla distribuzione non risultano rilevanti e quindi sono escluse dall’analisi di natura tributaria e fiscale.
La medesima normativa non preclude il diritto alla detrazione, né include nel novero del regime monofase gli acquisti fatti dai produttori e le eventuali cessioni di tabacchi lavorati fatte dai produttori nei confronti di soggetti diversi dal distributore autorizzato (RM 21/E del 15 marzo 2010).
Il nuovo articolo 39-sexies, comma 1, del D.Lgs. 504/1995 (Testo Unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali ed amministrative), dispone l’applicazione dell’IVA per quanto riguarda le cessioni e le importazioni di tabacchi lavorati, ove queste siano effettuate prima dell’immissione al consumo, in base al regime ordinario previsto dal decreto del DPR 633/1972.

Riserva sulla bolla di consegna

Secondo quanto disposto dall’articolo 1698 del codice civile, il ricevimento della merce senza riserve estingue le azioni derivanti dal contratto tranne il caso di dolo o colpa grave del vettore che logicamente devono essere dimostrate dal committente. Solo per le avarie non riconoscibili al momento della riconsegna è possibile apporre/comunicare le riserve entro 8 giorni dal ricevimento delle merci.

È importante segnalare che se le riserve non sono motivate da una cattivo stato degli imballaggi è quasi impossibile dimostrare la responsabilità del vettore poiché quest’ultimo comunicherà che l’imballaggio era inidoneo o insufficiente. Il danno da trasporto è il termine utilizzato per indicare il danneggiamento o la rottura dei prodotti contenuti nella spedizione che vi è stata consegnata; questo accade perché la perfezione a questo mondo non esiste, ed un inconveniente è pur sempre possibile
Il danno da trasporto è suddivisibile in due casi:

Danni visibili dall’esterno e/o quantità mancanti: in questo caso apponete immediatamente l’annotazione del danno scrivendolo a penna sulla lettera di vettura che il trasportatore vi chiede di firmare a ricevuta della consegna se non lo fate perdete i diritti al risarcimento o alla sostituzione, oppure rifiutate l’accettazione ed il ritiro della merce danneggiata scrivendone a penna il motivo sulla lettera di vettura che il trasportatore vi chiede di firmare a ricevuta della consegna, se non lo fate perdete i diritti al risarcimento o alla sostituzioneDanni nascosti, non visibili dall’esterno: Ricordate di apporre comunque l’accettazione della spedizione con riserva di verifica.

Ogni consegna deve essere tempestivamente esaminata per verificare se ci sono danneggiamenti o ammanchi. Se vengono notate irregolarità una breve nota delle conclusioni deve essere apposta sulla bolla di consegna (accompagnamento) “Accettata con riserva” senza ulteriori dettagli (motivazione della riserva), è insufficiente. Ad esempio: se un collo arriva con l’imballo scondizionato, è necessario precisare nella bolla “merce ritirata/accettata con riserva, imballo scondizionato, ecc……” Quantità ed aspetto degli imballaggi devono essere controllati immediatamente alla ricezione, alla presenza del camionista che effettua la consegna. In caso di irregolarità annotate le specifiche riserve sui documenti di trasporto (D.D.T. o C.M.R.) e insistete per una controfirma del camionista.

Danni avvenuti alla luce dopo il disimballo devono essere notificati entro 8 giorni (D.D.T.), 7 giorni domenica e festivi esclusi (C.M.R.), dalla consegna, con lettera raccomandata al vettore ritenendolo responsabile per tutte le possibili conseguenze.

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Stoccaggio, gestione e distribuzione lubrificanti, sono i punti fondamentali della nostra attività.
Intorno ad essi siamo in grado di offrire tutta una serie di servizi a seconda delle necessità della nostra clientela (stampa e spedizione fatture di vendita, incassi, registri doganali, allestimenti, ecc.)
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Fondamentale poi, è per noi il completo rispetto della privacy, ben oltre i canoni imposti dalla legge, perché ben sappiamo quanto abbiate a cuore i vostri clienti.
Ma il nostro compito non termina qui, la gestione delle merci a noi affidata permette ai nostri clienti:

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• Un azzeramento delle spese inerenti le attrezzature di magazzino;
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